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Buen Vivir

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“Sognamo il nostro passato e ricordiamo il nostro futuro” (Dalla dichiarazione del III vertice indigeno americano. Iximche’, Guatemala, 30 marzo 2007). Testi relazionati alla cosmovisione amerindia e più in generale all’America “profonda”, la cui voce sale dal basso. Una grande officina di sperimentazioni che faticosamente cerca di aprire le vie di “un mondo capace di contenere molti mondi diversi” (motto zapatista)

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Ivan Illich

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“La mia è la ricerca di una politica dell’autolimitazione grazie alla quale, anche oltre gli orizzonti dell’attuale cultura, il desiderio possa fiorire e i bisogni declinare” (Ivan Illich – Nello specchio del passato. Le radici storiche delle moderne ovvietà: pace, economia, sviluppo, linguaggio, salute, educazione, 1992)

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Emmanuel Mounier

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Tutto il nostro sforzo dottrinale è stato per affrancare il senso della persona dagli errori individualisti, e il senso della comunione dagli errori collettivisti. Il nostro impegno fondamentale è quello di ritrovare la vera nozione dell’uomo. (Emmanuel Mounier – Rivoluzione personalista e comunitaria, 1935)

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PENSARE LA NOSTRA CRISI CON EMMANUEL MOUNIER

IL SUO CATTOLICESIMO DI SINISTRA RESTA PIU’ ATTUALE CHE MAI

di Guy Coq, Jacques Delors, Jacques Le Goff* in “Le Monde” del 22 marzo 2010 (traduzione: www.finesettimana.org)

Michel Serres paragona la crisi attuale ad “una faglia gigantesca a livello delle placche profonde che si muovono lentamente e si rompono improvvisamente negli abissi tettonici invisibili”. Sarebbe un errore, dice, localizzarne l'epicentro in superficie, nel “visibile” finanziario ed economico. Si situa a livello molto più profondo, nella scelta dei valori di orientamento che costituiscono l'ethos di un tipo di società, nel controsenso di “credere che una società viva solo di pane e di giochi, di economia e di spettacolo, di potere d'acquisto e di media”. Un'opzione così indigente espone fatalmente ad una grave deriva.

Leggendo Michel Serres, si pensa ad Emmanuel Mounier, il fondatore della rivista Esprit,prematuramente scomparso a 45 anni, il 22 marzo 1950. Di fronte alla “grande crisi”, si dedica ad un'analisi spettrale del disordine economico, avendo contemporaneamente la preoccupazione di scrutarne le cause profonde, che sono, ai suoi occhi, dell'ordine dello “spirituale”.

Senza esplicita connotazione religiosa, questa parola designa l'insieme delle scelte antropologiche che stanno a fondamento di una società. Risponde alla domanda ormai persa di vista: quale tipo di esistenza individuale e collettiva vogliamo, che non si rinchiuda nel vano inseguire una “felicità” ridotta alla massimizzazione del piacere, del potere, del denaro, del corpo o del confort? Da dove deriva il fatto che le condizioni di accesso al benessere si siano trasformate in fini tirannici? Un discorso da “anima bella”, si dirà, indifferente al dramma di coloro che si scontrano con le difficoltà dell'esistenza! Niente affatto. “Generalmente disprezzano l'aspetto economico solo coloro che non sono più ossessionati dalla nevrosi del pane quotidiano, ricorda Mounier. Per convincerli, sarebbe preferibile un giro in periferia piuttosto che degli argomenti.” Ma subito aggiunge: “Da ciò non deriva che i valori economici siano superiori agli altri: il primato dell'aspetto economico è un disordine storico da cui bisogna uscire.”

E questo “disordine stabilito” risulta, ai suoi occhi, da un errore iniziale sull'uomo, da una terribile sovversione, di cui trova tre manifestazioni patologiche.

1 - L'autismo del mercato che, sotto l'apparenza di una pseudoneutralità morale, si è elevato a timoniere della società con l'usurpazione delle funzione di governance. Se gli spettava contribuire alla regolazione dei flussi, perché allora questo motore per natura cieco si è arrogato la guida delle cose umane, se non grazie all'abdicazione del politico a livello nazionale ed internazionale e alle dimissioni della società? Diventato una barca in balia delle onde, non bisogna stupirsi che “l'economia capitalista tenda ad organizzarsi completamente, al di fuori della persona, su di una fine quantitativa, impersonale ed esclusiva”. Privo di una direzione ragionata e non trattenuto dal sociale, dall'ecologico, dal culturale, dall'etico, questo motore è arrivato naturalmente ad ergersi ad istanza suprema di senso, al prezzo di un nonsenso distruttivo che sta ormai ipotecando il futuro stesso del pianeta. “L'uomo contemporaneo si crede assurdo. Forse è solo insensato.”

2 - Niente rivela tale mancanza di regole meglio della tendenza così generale ad eliminare qualsiasi domanda su ciò che Mounier chiamava l'“ordine dei bisogni”, sul contenuto della ricchezza. Quali sono i bisogni umani la cui soddisfazione contribuisce alla realizzazione della nostra “vocazione” in una prospettiva di completamento? Strana domanda, si dirà! In democrazia, non spetta forse a ciascuno sapere dove si trova la propria “felicità”? E con quale diritto una società si attribuirebbe la competenza in un ambito che spetta alla libera disposizione di ogni cittadino? Si è visto quale risultato si è ottenuto nei regimi che pretendevano di imporre una nuova gerarchia dei bisogni che si riteneva derivare da un progetto liberatore!

Non si tratta di questo. La preoccupazione di Mounier, come più tardi quella di Jacques Ellul, di Ivan Illich o perfino di Jean Baudrillard, mirava a distruggere il quieto torpore che ci fa considerare “libero” ciò che, in realtà, è solo una normalità imposta da una meccanica folle, che gioca sul doppio registro della seduzione e del senso di colpa. E questo a prezzo di una corsa sfrenata a delle soddisfazioni sempre più fittizie, e a prezzo dell'oblio dei bisogni fuori mercato, al di fuori dei rapporti monetari: l'attenzione, la disponibilità, la qualità delle relazioni interindividuali e sociali, la presenza e l'impegno nella polis, tutti valori che sfuggono all'ordine del quantificabile e che riguardano l'essenziale.

La forza della riflessione del fondatore di Esprit sta nella sua capacità di scuotere e di disilludere per strapparsi al sogno ad occhi aperti generatore di inquietudine, di tensione sterile, di indisponibilità sia verso gli altri che verso se stessi, in breve all'alienazione, per tornare coi piedi sul granito dell'indispensabile, sul nocciolo duro della persona, in cui lo “spirituale”, vera “infrastruttura”, dice, ha la sua collocazione. Senza punto di vista esterno al sistema, niente è possibile.

3 - È anche la condizione di liberazione rispetto al lavoro. Da dove deriva infatti il mantenimento della sua presa anormalmente intensa sulla società se non, per una parte essenziale, dalla spirale costantemente ascendente dei bisogni e desideri infiniti? “Lavorare di più per guadagnare di più” ne è la massima. Ma a quale pro tutto ciò quando il livello di vita raggiunto è soddisfacente? “A che cosa serve?” diceva Jacques Ellul. È il problema non della frugalità, ma della moderazione dei desideri materiali al di là di una certa soglia. Mounier indicava la direzione. “Regolare il consumo su un'etica dei bisogni umani ricollocata nella prospettiva totale della persona.” Queste affermazioni risalgono al 1936. La loro pertinenza non è forse mai stata così forte.

• Guy Coq, presidente dell'Association des amis d'Emmanuel Mounier

• Jacques Delors, ex presidente della Commissione Europea

• Jacques Le Goff, professore di diritto pubblico all'università di Brest

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RIFLETTENDO SUL VENEZUELA - A.Z.

RIFLETTENDO SUL VENEZUELA

 

di Aldo Zanchetta

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