Privacy Policy

RITORNO A CUERNAVACA NEL NOME DI IVAN ILLICH

RITORNO A CUERNAVACA NEL NOME DI IVAN ILLICH


A Valentina Borremans, con mucho cariño

Aldo Zanchetta

Nei giorni  30-31 agosto e 1-2 settembre, un nutrito numero di antichi amici e collaboratori di Ivan Illich si ritroveranno, assieme a nuovi studiosi del suo pensiero, in un seminario pubblico a Cuernavaca (Messico), la “città dell’eterna primavera”, per celebrarne il ricordo e rivendicarne l’attualità del pensiero. Il lemma del seminario sarà: In quali tempi stiamo vivendo? Attualità di Ivan Illich attraverso metà secolo (In what kind of time do we live? Actuality of Ivan Illich through half a century).

Il nome di Illich è oggi purtroppo sconosciuto ai più. Non così negli anni ’60 e ’70 del secolo scorso, quando i suoi ‘libelli’ (Descolarizzare la società, Nemesi Medica, l'espropriazione della salute, Equità ed energia …) portarono scompiglio negli ambienti culturali e scientifici dell’epoca, subito divisi fra ammiratori e detrattori. Personaggio “extra-vagante”, frequentò molti campi del sapere Nel suo necrologio su La Repubblica, Franco Prattico lo descrisse così: <<filosofo, sociologo, teologo, eresiarca, scrittore brillante e caustico, poliglotta (parlava correntemente nove lingue, tra cui l’italiano), autore di numerose opere che -specialmente negli anni Sessanta e Settanta e particolarmente nel Sessantotto- sono state al centro di polemiche e di una appassionata ammirazione per la sua forte polemica antiautoritaria e il suo lavoro di demistificazione>>.

Ma la sua creazione più importante fu il CIDOC, il Centro Interculturale di Documentazione, da lui creato nel 1966 nella città di Cuernavaca e che fino al 1976 fu luogo d’incontro mondiale dei più noti spiriti critici dell’epoca. ….

Come ricorda J.Marquez Munoz, uno dei frequentatori abituali, <> <<In questo luogo, diceva Mons. Illich, lasciamo volare l’immaginazione. Qui nessuno ci paga per pensare, e così pensiamo liberamente. (Illich fu un sacerdote dalla carriera ecclesiastica folgorante ma, entrato in collisione col Santo Uffizio, al quale la sua attività “sovversiva” era stata segnalata dalla CIA, comunicò al vescovo di Cuernavaca, il famoso don Sergio Méndez Arceo, “di rinunciare definitivamente a ogni esercizio dei privilegi e poteri che gli sono stati conferiti dalla Chiesa”, riservandosi in privato di proseguire la lettura quotidiana del breviario (che, si dice, recitasse a memoria) e senza richiedere la riduzione allo stato laicale.

Il lavoro di quegli anni al Cidoc fu enorme: oltre 28.000 furono i frequentatori dei seminari. Valentina Borremans, fuori dai riflettori, fu la responsabile amministrativa e organizzativa nonché responsabile editoriale. Il CIDOC aveva una propria stamperia. <<Le sue pubblicazioni furono un grande successo editoriale del Centro. I Cuadernos del Cidoc erano “volumetti” rilegati all’interno del Centro stesso, stampati con una velocità e un’autonomia inaudite per la tecnica editoriale dell’epoca. In questi Quaderni vennero pubblicate le prime edizioni in spagnolo di testi classici della pedagogia del XX secolo, come La scuola è morta di Everett Reimer (1973) e Descolarizzare la società di Illich, insieme a importanti contributi di eminenti pedagoghi come Freire […] Venne creata una biblioteca che sarebbe arrivata ad annoverare 7000 volumi, oggi intatta e microfilmata nella sede del Colegio de México, nel Distretto Federale[1]. […] Grazie a Valentina Borremans, bibliotecaria e instancabile editrice di tutto il materiale che fosse riproducibile, si arrivò a contare, nei momenti più fecondi, fino a 500 pubblicazioni all’anno. […] Il CIDOC diventò la maggior casa editrice messicana in termini di titoli pubblicati annualmente.>>[2]

Dopo 10 anni di attività Illich, assieme ai collaboratori, decise la chiusura del CIDOC, per una concomitanza di ragioni. Da un lato il suo successo rischiava di trasformare il Centro in una “istituzione”, cosa alla quale egli era allergico; dall’altro le crescenti difficoltà economiche in un paese in piena inflazione. Ma non furono estranei anche episodi oscuri che attentarono alla vita di Illich. Il suo operato non era sfuggito olla CIA, e Illich temette anche per la vita dei suoi collaboratori. <<Il perspicace direttore colse l’occasione per tenere ai collaboratori un corso accelerato in economia finanziaria internazionale. L’edificio che ospitava il CIDOC venne venduto e (il ricavato assieme a, nda) i fondi di riserva dell’istituto, creati per emergenze come questa, vennero distribuiti. I collaboratori ottennero la loro liquidazione e Illich investì il suo ricavato in una casa nel villaggio vicino, a Ocotepec. Si trasferì là anche la sua fidata amministratrice, Valentina Borremans, con una selezione di materiali cartacei, i resti dell’avventura. Prima della chiusura definitiva vennero invitati ancora una volta tutti gli amici ‘per una ultima danza al Cidoc’ e fu sicuramente ‘la più bella festa’ dalla sua creazione” come scrisse Illich a un amico.>>[3] Ebbe così termine la fase più pubblica della sua vita, quella che i suoi amici definirono la “fase di Illich”, ed ebbe inizio la “fase di Ivan”, l’amico che amava riunire i più stretti collaboratori attorno al “tavolo conviviale” sul quale non mancassero un fiasco di buon vino e un piatto di spaghetti assieme a una candela accesa, in modo che il passante potesse scorgerlo dalla porta, lasciata aperta, e si sentisse autorizzato ad entrare. Su di lui scese il silenzio dei media, rotto soltanto alla notizia della sua morte, nel 2002.

Fu lì, nella casa di Ocotepec, dove -erede testamentaria dei diritti- custodisce molte carte e ricordi di Illich, che in un giorno imprecisato del 2004 o 2005, Brunella ed io conoscemmo Valentina. Dopo di allora qualche raro contatto via mail. Avremmo voluto incontrala nuovamente al seminario di fine agosto, e se ne era rallegrata. Ragioni di salute ci fecero cambiare il programma ed allora lei, di origine franco-belga, suggerì di incontrarci una seconda volta a Parigi in occasione di una delle sue rare visite in questa città. Così è stato, ad inizio di agosto, in un angolo appartato e affascinante del Quartiere Latino. E’ lei, e il suo lavoro poco noto e prezioso oggi come ieri, che voglio ricordare, in occasione del “ritorno” pubblico di Illich a Cuernavaca. A conferma della sua perdurante operosità, ci ha informati che prossimamente negli Stati Uniti verranno pubblicati alcuni inediti di Ivan.

A Cuernavaca saranno presenti molti cattedratici di vari paesi. Giorgio Agamben, nella prefazione della nuova edizione italiana del (contestato, quando uscì nel 1982) libro Genere, Per una critica storica dell’uguaglianza (Neri Pozza, 2013, pag.17) ha scritto: <<Molti segni lasciano congetturare che anche in questo ambito (quello del libro, nda), il pensiero di Ivan Illich abbia raggiunto l’ora della sua leggibilità. Ma questa non sarà possibile fino a quando la filosofia contemporanea non si deciderà a fare i conti con questo maestro celeberrimo  e, tuttavia, ostinatamente mantenuto ai margini del dibattito accademico>>.

Illich sapeva parlare ai dotti e ai potenti (fu a per qualche tempo fra i consiglieri del presidente francese Pompidou e al suo parere ricorsero in specifiche occasioni altri capi di Stato) come alle persone umili, ed è a queste soprattutto che era rivolto il suo pensiero, e questa è la sua attualità che mi piacerebbe veder rilanciata. Nella prefazione alla riedizione italiana di Disoccupazione creativa (Boroli ed., Milano, 2005) scriveva: <<Oggi, simbolo di competenza tecnica avanzata e illuminata è la comunità, il quartiere, il gruppo di cittadini che, fiduciosi nelle proprie forze, si dedicano ad analizzare sistematicamente e di conseguenza a ridicolizzare i bisogni, i problemi e le soluzioni definiti sulle loro teste dagli agenti delle istituzioni professionali. Negli anni sessanta l'opposizione dei profani ai provvedimenti pubblici basati sulle opinioni degli esperti pareva ancora fanatismo antiscientifico. Oggi la fiducia dei profani nelle scelte politiche basate su tali opinioni è ridotta al minimo. Sono migliaia ormai coloro che fanno le proprie valutazioni e s'impegnano, con molti sacrifici, in un'azione civica sottratta a qualunque tutela professionale, procurandosi le informazioni scientifiche di cui hanno bisogno con sforzi personali e autonomi. Rischiando a volte la pelle, la libertà e la rispettabilità, esprimono un nuovo e più maturo atteggiamento scientifico.>>

 



[1] Molti di questi sono oggi raccolti in fotocopia presso il FSCIRE, Fondazione per le Scienze Religiose Giovanni XXIII di Bologna, grazie al lavoro di uno studioso italiano, Fabio Milana. Alcuni sono reperibili nel web.

[2] Palapa editorial El Rebozo, I tempi del CIDOC, da Ripensare il mondo con Ivan Illich, a cura di Gustavo Esteva, Museodei 2014. Questo testo è leggibile per intero sul sito www.camminardomandando.wordpress.com.

[3] Vita di Ivan Illich, di Martina Kaller-Dietrich, Edizioni dell’Asino, pag.120.

Newsflash

NARRAZIONI MITIZZATE SUL VENEZUELA

 

NARRAZIONI MITIZZATE SUL VENEZUELA

A PROPOSITO DELL'ARTICOLO DI ASCANIO BERNARDESCHI RIPORTATO IN SINISTRA IN RETE DEL 25 MAGGIO 2018 COL TITOLO IL VENEZUELA TRA FICTION E REALTA' E LEGGIBILE QUI: https://www.sinistrainrete.info/estero/12381-ascanio-bernardeschi-il-venezuela-fra-fiction-e-realta.html?acm=365_624&utm_source=newsletter_624&utm_medium=email&utm_campaign=newsletter-sinistrainrete

Ascanio Bernardeschi in questo testo afferma: “dobbiamo stare dalla parte della rivoluzione”. Giusto, ma quale rivoluzione? Quella chavista o quella dei suoi successori?  E senza esercitare uno spirito critico che la aiuti ad evitare errori e deviazioni? L’articolo contiene varie informazioni che condivido ma che trovo in molti punti troppo sommarie e in altri scorrette, aderenti a una narrazione ufficiale e prive di una ricerca seria di riscontri. Procedo molto sinteticamente correggendone alcune e introducendo qualche dato “dimenticato”.

Da un punto di vista geografico, Cuba e Haiti non sono nell’America meridionale ma nei Caraibi, area molto peculiare da molti punti di vista, e rigorosamente parlando il “cortile di casa” statunitense storicamente è imperniato soprattutto sull’America Centrale, anche se in senso lato comprende tutta l’America latina. Dettagli forse, su cui non insisto, ma che dimostrano una narrazione affrettata. Proseguo. In questo semicontinente vi sono stati altri presidenti non bianchi, anzi addirittura indigeni, quale Benito Juarez (benemerito), presidente in due tornate non consecutive (1861/63 e 1867/72) che liberò il Messico dal tentativo egemonico di Napoleone III, e più recentemente Alejandro Toledo (non altrettanto benemerito) in Perù (2001/06). Ancora dettagli, certo, ma che ripetuti rischiano di invalidare la credibilità dell’intero testo.

Veniamo al Venezuela. Leggo:<<Gli Stati Uniti sono fra i principali consumatori di derivati del petrolio, che devono importare per il 60 per cento>>. Un po’ datato. Oggi grazie all’ambientalmente disastroso fracking gli Stati Uniti sono autosufficienti ed anzi si profilano come esportatori di petrolio e gas naturale. Il che invita a rivedere le motivazioni attribuite al perché dell’ostilità attuale col Venezuela. La crescente presenza cinese e russa neppure sono ricordate. Sulle “zone economiche speciali” e sul preteso ambientalismo delle politiche governative meglio tacere, caro Bernardeschi, e documentarsi un po’. Come pure sulle politiche “indigeniste”, perfette nei principi espressi dalla nuova Costituzione chavista ma ben diverse nella pratica. Il sottoscritto animò una campagna internazionale a difesa del leader yupka Sabino Romero che incontrò la freddezza dell’allora ambasciatore venezuelano in Italia e che non salvò il leader di, privo di protezioni ufficiali, dal venire assassinato da sicari delle multinazionali del carbone nel 2013.

Infine la perla:. Chávez, come chi ha letto una sua qualunque biografia minima, in quei giorni, passati alla storia col nome di caracazo, era in malattia, e non ci furono militari che si rifiutarono di sparare. Chávez già da tempo era critico del sistema di potere venezuelano e  l’episodio accrebbe il malessere già presente in alcuni rami delle forze armate. Per riuscire a organizzare il colpo di stato, fallito, gli ci vollero tre anni e successivamente amnistiato, altri sei per arrivare alla vittoria elettorale. Dette queste cose, come prendere per documentate e meditate le altre parti dell’articolo?

Personalmente ho un gran ricordo di Chávez (chi non ha visto il documentario La rivoluzione non sarà teletrasmessa, cerchi di vederlo), e credo che il miglior modo di onorarlo sia un’analisi seria dei suoi grandi meriti certi ma anche dei suoi errori. Nell’ultima riunione del Consiglio dei Ministri presieduta prima di morire, rivolse un veemente atto di accusa contro il sistema “boliborghese” che si era instaurato e contro l’inerzia di alcuni dei suoi stessi ministri.

La “sinistra” ha bisogno di analisi serie e quando è necessario anche critiche, per non ripetere certi errori all’infinito. Luis Britto, fervente chavista e madurista, ha scritto che dopo le elezioni degli ultimi due anni il chavismo (ufficiale) ha ora in mano tutte le leve del potere e quindi non ha più alibi per non rispondere alle “giuste attese” del popolo venezuelano. Tanto più, aggiungo io, ora che il prezzo del petrolio è tornato sugli ottanta $ al barile e che, secondo gli esperti, supererà nel corso dell’anno i 100.

 

Aldo Zanchetta www.kanankil.it

 

 

Aldo Zanchetta www.kanankil.it